Il nastro rosso

scritto da Cara Catastrofe
Scritto Ieri • Pubblicato 14 ore fa • Revisionato 14 ore fa
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Testo: Il nastro rosso
di Cara Catastrofe

Il fumo di Rocca Mortora odorava sempre di grasso e aghi di pino. Ogni trentuno agosto, quando il buio avvolgeva picchi affilati delle Alpi Orobie, le circa duecento anime del paese – un numero che ormai da tempo tendeva a restare tale o al massimo a scendere – si radunavano nella piazza del Comune per l'annuale Falò del Commiato. Si trattava di un'usanza vecchia come il mondo, secondo quanto dicevano gli anziani: si doveva bruciare un pezzo d'estate per impedire che il freddo entrasse nelle ossa prima del tempo.
Ionas se ne stava a ridosso del muro di pietra del municipio, un po’ isolato dalla folla, le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni da lavoro. Le unghie portavano i residui del lavoro svolto durante la giornata, ed era proprio con quelle che solcava di nascosto e ripetutamente la seta liscia e insolitamente fredda del suo tributo alla pira.

Chiara della Loggia: quella ragazza era ricercata da tre settimane.
I carabinieri di Edolo erano saliti con i cani e avevano perlustrato i boschi fino al San Giorgio, ma senza trovare tracce: un contadino sa dove scavare perché la terra si mangi un corpo senza sputare nemmeno un bottone. Se lo era ripetuto più volte Ionas in quei venti giorni; certe sere lo aveva fatto per autoconvincersene.
I pensieri erano diventati ossessivi soprattutto dopo aver capito che le immagini di ciò che aveva fatto non se ne sarebbero andate facilmente dalla sua testa. Avrebbe forse visto per sempre la ragazza dimenarsi, gridare finché la voce non le si spezzava e, infine, le proprie mani grandi stringerle il collo fino al silenzio totale?

L’uomo deglutì a fatica, con la sensazione d’ingoiare un bicchiere di sabbia. Seguì poi quasi ipnotizzato il mastro del fuoco avvicinare la torcia alla base della struttura. La catasta di rami e legna secca prese vita col solito impeto, proiettando dopo qualche minuto ombre enormi e deformi sulle facciate degli edifici limitrofi.
La gente iniziò ad avanzare in una fila indiana che sembrava autogestirsi quasi lo facesse dall’alba dei tempi.
La vedova Biffi gettò nel fuoco un cappello di paglia sfondato; il giovane Pedretti ci tirò dentro una sacca di iuta, ridendo con i denti gialli. Ionas guardava i loro volti riempirsi di luci e di ombre, quasi in un bizzarro scherzo della vista.
Ecco il maresciallo. Lo stava guardando? Sì, quegli occhi piccoli sotto il berretto sembravano fissare proprio la sua tasca destra. E la madre di Chiara, poco distante, curva sotto uno scialle nero. Sentì le ginocchia cedere. 
"Sanno tutto", pensò. Il cuore gli batteva contro le costole come un passero imprigionato in una gabbia di ferro che non si arrendesse al suo destino. "Ora mi indicheranno, adirati. Ora la vecchia griderà il mio nome e mi salteranno addosso con i forconi".
In contrasto al calore ardente della piazza, il sudore che colava lungo il suo collo lo fece rabbrividire. La tentazione gli salì improvvisa in gola, densa: si sarebbe prostrato, avrebbe pianto, avrebbe confessato dove aveva sotterrato il corpo martoriato di Chiara pur di fermare quel tormento invisibile.

Fece un passo avanti. Poi un altro. Spinto dalla paura più che dalla volontà, sfilò la mano dalla tasca e scagliò il nastro rosso negli intrecci della pira, liberandosene con foga.
Quando il tessuto toccò la legna non bruciò subito; al contrario, il falò parve contrarsi. Un boato sordo scosse i sanpietrini della piazza e le fiamme si piegarono all'indietro, per poi sobbalzare fuori dal perimetro con una sorta di movimento a frusta. Una lingua di fuoco, in particolare, si protese direttamente verso la faccia di Ionas. Alle orecchie del contadino arrivò la voce di Chiara: la stessa voce che non era riuscita, quel pomeriggio torrido di inizio agosto, ad invocare pietà, strozzata dalle sue mani sporche di terriccio e letame.
"Ionas lo zotico", gli aveva detto lei passando accanto al canale d’irrigazione, senza neppure preoccuparsi di essere sentita. Furioso, aveva mollato gli attrezzi e cercato di fermarla per impartirle una lezione, ma col braccio teso aveva afferrato solo il nastro rosso che le legava il vestito in vita, allentandolo e sfilandolo dai passanti. Poteva finire tutto lì, e invece Chiara lo aveva canzonato di nuovo per quello sbaglio. Il nastro si trovava ancora nella sua mano quando poco dopo, ancor più furente, l’aveva infine strangolata. 
Nella piazza, Ionas si portò le mani al volto, crollando a terra per eterni secondi, il respiro mozzo; il calore tremendo del fuoco gli stava divorando la faccia un pezzo alla volta: scoppiarono i bulbi oculari, bruciarono i peli della barba, il naso venne invaso da quello che sembrava un fiume di aria incandescente. Il fuoco, insaziabile, divorava lui e tutta la sua folle colpa.

All’improvviso, però, la sensazione di dolore intenso passò. L’uomo si sorprese nel constatare di riuscire a respirare a pieni polmoni un’aria che non portava affatto l’odore della sua carne strinata; ciò che avvertiva, infatti, era il solito profumo di aghi di pino.
Riaprì lentamente gli occhi, tremando in modo inconsulto. Si artigliò le guance: erano intatte, solo calde per la vicinanza al fuoco. Si guardò attorno, convinto che tutti stessero gridando al miracolo o per l'orrore. Ma nessuno badava a lui.
La vedova Biffi commentava la qualità della legna con il sacrestano; i bambini rincorrevano con gli sguardi le faville che salivano verso il cielo ormai nero; il maresciallo si stava accendendo un toscano, mostrandogli la schiena.
Nessuno aveva visto la fiammata che si dirigeva verso di lui. Nessuno aveva sentito la sua voce urlare, né tantomeno il singulto straziato di Chiara. Per ogni persona presente, il fuoco era rimasto tranquillo al centro della piazza, inghiottendo il nastro di seta rossa fino a ridurlo in cenere.

L’uomo si rialzò lentamente, gli occhi stralunati, pulendosi i pantaloni dalla polvere della piazza con scatti nervosi delle braccia. Riportò poi lo sguardo sul fuoco, assicurandosi che il nastro non ci fosse veramente più, ma non riuscì più ad individuare il punto esatto dove lo aveva lanciato.
L'estate era finita: con il sopraggiungere dell’autunno le ricerche dei carabinieri sarebbero rallentate per poi bloccarsi, perse tra le prime nebbie di settembre. La comunità aveva celebrato la sua usanza e ognuno sarebbe tornato alla propria casa, alla propria vita tranquilla.
Ionas, dal canto suo, si avviò borbottando parole incomprensibili verso il buio della campagna, camminando instabile e a testa bassa tra le ombre di Rocca Mortora. Un tronco scricchiolò improvviso nel boschetto attorno a lui e l’uomo trasalì, serrando i pugni, ormai incapace di distinguere i fantasmi che la terra faceva riemergere da quelli che la sua mente si ostinava a fabbricare.

Il nastro rosso testo di Cara Catastrofe
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